Olivi e olio... un po’ di storia
L’olivicoltura sul Garda si sviluppò col Medioevo, anche se non mancano testimonianze sporadiche della presenza dell’olivo in epoca più antica.
Noccioli di olive risalenti all’ultimo periodo di Roma repubblicana sono stati infatti rinvenuti nell’area palafitticola del Bor, presso Pacengo; a Malcesine è venuta alla luce, unitamente a molte monete romane dell’epoca dell’imperatore Massenzio (inizi del sec. IV), una pietra da frantoio con scannellature laterali per la raccolta dell’olio.
I documenti più antichi sulla pianta cara a Minerva sono numerosi a partire dal sec. VIII. La produzione fu valorizzata, ancor prima che a scopo alimentare, probabilmente per gli usi liturgici: l’olio veniva usato per somministrare i sacramenti e per mantenere accese le lampade ai tabernacoli delle chiese.

Espliciti riferimenti all’oliveto di Limone sono della metà del Cinquecento, quando Silvan Cattaneo, descrivendo un suo viaggio sul lago compiuto verso il 1550 annotò:
“Passammo innanzi ad una bella terricciuola, che a guisa di semiteatro in un angolo tra la montagna e il lago è situata, chiamata Limone, alla quale per essere in quel seno angusto e ristretto, non se le puol andar, se non per acqua, e da una strada erta, e malagevole verso la montagna predetta; ha vicino, ed intorno a sé, ascendendo sul collicello che la circonda, un vago e fertilissimo bosco di ulivi, li più belli, spessi e fronduti che sian in que’ contorni, e che non mai fallano, ma sempre verdi e morbidi e sempre carichi di uliva si veggiono al dovuto tempo, con una fonte al sommo di questo colle, che tutti gli irriga e bagna e, quantunque il sito sia stretto, pur la natura fedelissima e prodiga donatrice gli ha fatto dono di tre grandissimi privilegi e grazie, il primo dandogli il luogo abbondantissimo di olio, di modo che più ne raccolgono in quel poco di terreno gli abitanti che in tre volte tanto altrove non si fa, e migliore e più saporito...”
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E non è perciò un caso che nel 1595 a Limone si contassero 20 torchi da olio! Per tutto il Seicento l’olio rappresentò per l’Alto Garda il prodotto più pregiato.
Ne fanno fede le molteplici attenzioni dei provveditori di Salò, soprattutto per cercare di riscuotere i dazi per Venezia. La maggior parte dell’olio prendeva la via della Germania, sfuggendo ad ogni controllo fiscale.
Nella sua Relazione presentata al Senato veneto nel dicembre 1659, il provveditore Niccolò Gritti lamentava che, degli 11-12.000 ducati di dazio che si sarebbero dovuti riscuotere, solo 3810 finivano nelle casse statali: i 229 torchi da olio sparsi nei Comuni della Riviera erano evidentemente poco controllabili! Così si finì col far contare gli olivi di ogni paese ed imporre un dazio di due soldi per pianta: pur in mezzo a molti malumori, ci si garantì in questo modo da una evasione massiccia.
Poi venne il grande freddo del 1709: gelarono perfino le acque del lago e anche a Limone morirono migliaia di olivi, con danni irreparabili per i piccoli proprietari e i miseri contadini.
Il freddo si ripresentò più volte nel corso del secolo, alternandosi al “bisól”, la mosca olearia, altro “nemico” contro il quale non c’era rimedio.
Degli olivi di Limone scrisse Pietro Emilio Tiboni nel 1859: “L’oliveto, che dalle sponde del lago poggia verso la parte settentrionale fino presso a’ dirupi, e verso occidente distendesi fino all’inculto vallone di Bine, e quindi sino al ponte di Burdole, vicino di Ustecchio, è il più ferace dei dintorni, e getta moggia di olio, l’uno con l’altro anno, 420, che moltiplicano pesi bresciani 4095.
Quest’olio sì per la postura degli olivi sì per la diligentissima coltivazione torna il più dilicato e migliore della Riviera.
Le bacche raccolte dall’olivo al sopravvenire dell’inverno, e macerate, si spremono al presente in Limone per due macchine mosse dall’acqua, sostituite con gran vantaggio a’ vecchi torchi: dove esse cavano tutta la parte oleosa con meno fatica di mano, e con maggior prontezza e sicurtà”.

La Cooperativa tra i possidenti di oliveti

 

Alla fine della prima Guerra mondiale l’olivicoltura limonese fece un salto di qualità.
Il 29 novembre 1919 ventotto piccoli proprietari, guidati dal parroco don Giovanni Morandi, costituirono una Società anonima denominata “Cooperativa tra i possidenti di oliveti” allo scopo di molire le olive presso un unico frantoio sociale.
Il 4 dicembre 1925, la Cooperativa acquistò in via Campaldo - già contrada del Lupo - l’immobile, in precedenza utilizzato come cartiera, per adibirlo ad olieria.
Per la turbina che doveva muovere le molazze fu costruito il canale di derivazione dell’acqua dal torrente San Giovanni, in parte ancora esistente.
Da allora, l’oleificio ha via via migliorato la struttura produttiva, mantenendo tuttavia le caratteristiche tradizionali della lavorazione a freddo con le molazze in pietra.
La produzione, sostenuta da circa 450 piccoli soci, si mantiene oggi su livelli di nicchia; nel corso dell’anno 2006-07 sono stati moliti quintali 1769,65 di olive, con una produzione di quintali 393,46 di olio.

A San Martì s’endrìsa n pé le scalì

 

L’olivo richiede particolari cure di coltivazione: bisogna arare e zappare il terreno, concimare e potare ogni due anni, tenere costantemente libero il terreno dalle erbacce, irrigare quando la calura è insistente.
Poi, se l’annata è stata propizia, a metà autunno si possono raccogliere le olive.
Si comincia a “góer” ai primi di novembre, tanto che un antico proverbio limonese ancora dice: “A San Martì s’endrìsa n pé le scalì”.
È infatti tradizione che l’11 novembre, giorno di San Martino, si prepari e si drizzi lo scalino, la tipica scala usata per raggiungere anche le chiome più alte, un’unica asta con una lunga serie di pioli ad una trentina di centimetri uno dall’altro.
Lo scalino, di diversa lunghezza, viene prima conficcato a terra e, poi, fissato con una corda ad un ramo, mentre sul terreno vengono stesi dei teli per le olive sfuggite dalle mani del raccoglitore.
Proprio in considerazione della morfologia del terreno, con stretti e continui ripiani terrazzati, e dell’altezza notevole delle piante, tutto il lavoro viene svolto ancora e soltanto manualmente.
Il contadino, tenendo con una mano il ramo, sfila con l’altra le rupe, tirandole verso di sé e riponendole nel “grumiàl”, un recipiente in genere di pelle animale che si tiene legato alla cintola.
In giornata le olive vengono raccolte in cassette e portate al frantoio.
Da una pianta si possono raccogliere dai 10 agli 80 kg di olive; la resa in olio varia dal 15 al 25 % del peso delle olive.